TOBIA
Il nome posto come titolo del libro designa uno dei protagonisti dell’opera, il figlio di Tobi. In ebraico Tobia significa: Jhwh è buono.
Un’introduzione (cc. 1-3), descrive la dolorosa sorte di Tobi e Sara, due ebrei, osservanti della legge, deportati in Assiria dopo la distruzione del regno d’Israele (721 a.C.). Segue il racconto dell’intervento di Dio (cc. 4-13) che viene in aiuto degli oppressi mediante l’angelo Raffaele che assume una forma visibile e guida le vicende che portano i tribolati alla liberazione e alla felicità. Nell’epilogo (c. 14) vengono menzionati gli ultimi anni felici di Tobi e del figlio Tobia.
Per forma e contenuto il libro appartiene al genere sapienziale. L’autore, che scrisse probabilmente intorno al 200 a.C., voleva trasmettere ai suoi contemporanei una lezione morale e religiosa mediante una narrazione drammatica che prende forse spunto da qualche racconto tramandato nel suo ambiente.
Il dramma di Tobia illustra l’insegnamento tradizionale circa la retribuzione terrena del bene. La Provvidenza divina mette alla prova i buoni, ma ascolta le loro preghiere nella tribolazione e restituisce loro la felicità. Per comunicare con gli uomini Dio si serve del ministero degli angeli. Raffaele, che significa "medicina di Dio", è guaritore, ma anche custode e accompagnatore degli uomini giusti.
La pietà illustrata nel libro si concretizza nella pratica dell’elemosina, nella cura dei morti, nell’osservanza delle feste giudaiche, nella giustizia verso gli operai, nel rispetto per i genitori. La preghiera è tenuta in grande considerazione.
