GIOBBE
Il libro di Giobbe è un capolavoro della letteratura universale, sia per l’eterno problema che agita, il dolore dell’innocente, ma anche per la smagliante veste letteraria che l’anonimo autore ebreo del V secolo ha saputo dargli.
Un prologo (cc. 1-2) e un epilogo (42,7-17) in prosa riprendono un’antica tradizione che narrava di Giobbe, uomo retto, religioso e ricco, privato in breve dei beni, dei figli e della salute. Di fronte allo sfacelo della sua vita egli continua a benedire Dio, da cui viene ogni bene e ogni male. Dopo qualche tempo il paziente Giobbe viene reintegrato nello stato primitivo.
Tra il prologo e l’epilogo si inserisce il poema: un lungo dialogo fra Giobbe e tre amici venuti a trovarlo (cc. 3-27). Questi sostengono la tesi della giusta retribuzione di Dio che premia i buoni e punisce i malvagi, mentre Giobbe contesta questa posizione, forte della sua coscienza e di altri casi che l’esperienza gli ha fatto osservare. In un ultimo soliloquio (cc. 29-31) provoca Dio a intervenire nel dibattito. Dio interviene (cc. 38-41) e gli fa comprendere la sua posizione di creatura immersa in una fitta rete di mistero che Dio conosce e governa. Ma l’aver incontrato Dio che non l’ha condannato significa tutto per Giobbe: ha ritrovato il suo Dio. In seguito sono stati aggiunti i prolissi discorsi di Eliu (cc. 32-37) e un inno alla sapienza misteriosa di Dio (c. 28).
L’autore di Giobbe non accetta un Dio-automa che garantisce disgrazie ai malvagi e successo ai buoni. Egli ha assunto il problema del dolore innocente come il caso-limite per scuotere certezze che non rispondono alla realtà né stimolano quella fede che si affida a Dio, certa che la sua ultima volontà è la felicità della creatura che lo cerca. L’epilogo lo dimostra.
