QOHÈLET
L’operetta giunta a noi sotto il nome di «Qohèlet» (o Ecclesiaste) contiene riflessioni disincantate sull’esistenza umana, annotate senz’ordine e sistematicità da un saggio ebreo vissuto verso la fine del III secolo a.C. Qohèlet significa propriamente «colui che parla nell’assemblea», titolo attribuito all’autore e divenuto poi una specie di nome proprio.
Nella sua esistenza, questo saggio ha sentito profondamente la «vanità di tutto», cioè l’inconsistenza e l’incomprensibilità della vita e delle cose, espressa nel celebre detto: «O vanità immensa: tutto è vanità» (1,2; 12,8).
Osservando la realtà che lo circonda, Qohèlet la trova piena di cose incomprensibili: la natura, apparentemente in continuo movimento, in effetti ripete incessantemente gli stessi cicli ed è quindi immobile; la storia non porta nulla di nuovo sotto il sole, perché ogni generazione ripete quanto hanno fatto le generazioni precedenti; l’incongruenza e il caso dominano nella vita, non solo perché non si dà un chiaro nesso tra capacità e successo, impegno e risultati, ma soprattutto perché manca ogni legge di retribuzione che convinca inequivocabilmente l’uomo del valore del suo comportamento morale.
Il libro di Qohèlet è una pietra miliare nel cammino della rivelazione e ha quindi tutto il senso di un’attesa. Qohèlet è un israelita e, se non ha ragioni per spiegare quanto avviene sotto il sole, sa che sopra il firmamento c’è Qualcuno che tutto conosce, per cui un senso il mondo deve averlo. Egli quindi è un testimone paradossale della fede nel Dio d’Israele, tanto più eroica quanto più la ragione è messa a dura prova. Egli è testimone dell’attesa di una «luce che venga in questo mondo a illuminare ogni uomo» (Gv 1,9).
