CANTICO DEI CANTICI
Il titolo di questo libretto significa «canto sublime», o «canto per eccellenza», secondo un modo ebraico di esprimere il superlativo. Si tratta di un poema in cui un giovane e una fanciulla, tra i quali si inserisce di tanto in tanto il coro (le figlie di Gerusalemme), cantano il loro amore reciproco, in un alternarsi di situazioni (lontananza, ricerca, incontro) che si ripetono varie volte. Questo ripetersi offre un criterio di divisione, sul quale però gli studiosi non sono d’accordo; lo proponiamo a titolo indicativo: 1,1-4 prologo; 1,5 - 2,7; 2,8 - 3,5; 3,6 - 5,1; 5,2 - 6,3; 6,4 - 8,4; 8,5-7 epilogo; 8,8-14 appendice. Il criterio di distinzione, non in tutti i casi evidente, è dato dal ripetersi della situazione di lontananza dei due giovani dopo un precedente incontro.
Una prima lettura, secondo il senso ovvio e immediato del testo, vi coglierà il canto dell’amore umano autentico che unisce l’uomo e la donna secondo il disegno del Creatore, posto in rilievo con tanta accuratezza da Gn 2,18-25. Il Cantico fa dell’amore il più alto valore della vita (8,6-7), quello che la coinvolge totalmente.
Nel Cantico non vi è indizio di un significato simbolico, oltre il senso letterale. C’è invece tutta una tradizione ebraica e poi cristiana che, sulla scia di tante pagine profetiche, vi ha letto in trasparenza una parabola dell’amore reciproco tra Dio e Israele che, ammaestrato dalla dura prova dell’esilio, cerca senza più tentennamenti Jhwh, suo unico Dio.
Una lettura né solo letterale né solo simbolica sembra quindi rendere meglio giustizia alla comprensione di questo gioiello poetico, di cui un grande rabbino del II secolo d.C. diceva: «L’universo intero non vale il giorno in cui Israele ebbe il Cantico dei Cantici».
