SAPIENZA
Scritto direttamente in greco da un ebreo residente in Egitto, verso il 50 a.C., questo è forse l’ultimo libro dell’Antico Testamento. Il titolo «Sapienza di Salomone» è chiaramente fittizio.
Il libro si compone di tre parti. La prima (1,1 - 6,21) presenta la sapienza come guida alla vita immortale per chi la segue e come testimone delle colpe per chi la rifiuta. Una serie di quadri mette a confronto la situazione attuale dei giusti e degli empi e la loro situazione finale al giudizio di Dio, quando sarà svelata la verità delle cose, spesso mascherata dalle vicende umane. La seconda (6,22 - 9,18) è un lungo elogio della sapienza che si conclude con una preghiera per ottenerla da Dio. La terza parte (cc. 10-19) mostra la sapienza in azione in alcuni momenti della storia della salvezza, particolarmente nel periodo dell’esodo, che per l’autore diventa emblematico della condotta di Dio verso l’uomo. In questa rievocazione storica schematizzata gli Ebrei rappresentano il tipo di chi segue la sapienza e giunge alla salvezza; gli Egiziani sono il tipo di chi rifiuta la sapienza e va incontro alla rovina e alla morte.
Il linguaggio e lo stile, come le considerazioni sull’idolatria, le sue origini e conseguenze nefaste (13,1 - 15,17), mostrano nell’autore una buona conoscenza della lingua e cultura ellenistica.
La prospettiva di una vita di eterna felicità conferisce al libro una nota di ottimismo: più che alla situazione in cui l’uomo è ridotto, l’autore guarda alla possibilità ancora offerta all’uomo di raggiungere l’incorruttibilità per cui era stato creato originariamente. Questo relativizza le vicende terrene, senza togliere loro importanza, perché solo vivendo al seguito della sapienza in questa vita si raggiunge la vita vera.
