VANGELO SECONDO MARCO
Il secondo vangelo è attribuito a Marco, detto anche Giovanni Marco, figlio di una Maria che aveva una casa a Gerusalemme in cui si radunavano i primi cristiani (At 12,12-17). Egli non fu discepolo di Gesù; lo fu di Barnaba, di Paolo e poi di Pietro. La tradizione lo dice infatti «interprete di Pietro», di cui avrebbe messo in scritto la predicazione verosimilmente a Roma verso il 65-70 d.C. Una tradizione lo dice martire in Egitto sotto Traiano (98-117).
Il vangelo di Marco presenta due parti. Nella prima (1,14 - 8,26) Gesù, che pure insegna e compie miracoli, ha cura di mantenere e richiedere il segreto sull’essere suo: è il cosiddetto «segreto messianico». Si direbbe che Gesù vuole che siano i fatti stessi a parlare. Nella seconda parte, invece (8,27 - 16,20), dopo il riconoscimento della messianità di Gesù da parte di Pietro, Gesù stesso manifesta gradatamente l’essere suo con il richiamo alla figura del Servo di Jhwh (8,31.38; 9,31; 10,45), venuto per portare la salvezza al mondo con il sacrificio della propria vita. Ora Gesù si dedica più assiduamente alla formazione dei discepoli: sacrificio di sé, distacco dai legami familiari, dalle ricchezze, dalla vita stessa caratterizzano il vero discepolo imitatore di Gesù.
A Gerusalemme si scontra sempre più apertamente con i nemici finché è condannato e muore. Ma proprio con la morte compie la redenzione, è riconosciuto Figlio di Dio e glorificato dal Padre mediante la risurrezione.
Scarsamente usato nella catechesi, perché quasi tutto ripreso da Matteo e Luca, soltanto in quest’ultimo secolo fu posta in luce l’originalità e arcaicità di Marco, assieme alla sua importanza come fonte degli altri due sinottici.
