LETTERA AI ROMANI
La lettera ai Romani tiene il primo posto nell’epistolario di san Paolo per l’ampiezza, l’importanza e le implicazioni del tema che tratta. Fu scritta nell’inverno tra il 57 e il 58 d.C. da Corinto, dove Paolo si trovava in attesa di portare ai cristiani di Gerusalemme gli aiuti delle chiese della Macedonia e dell’Acaia (Rm 15,25-26).
Nella lettera si distinguono chiaramente un preambolo (1,1-15), una parte dottrinale (1,16 - 11,36), una parte morale (12,1 - 15,13) e un epilogo con saluti e dossologia (15,14 - 16,26).
Nella parte dottrinale (1,16 - 11,36) viene illustrata la verità che solo la fede rende giusti dinanzi a Dio. La salvezza è grazia e non vi sono opere che la possano meritare, tanto più che la vita dell’uomo, sia ebreo che pagano, è sempre macchiata da colpe e peccati, da riconoscere dinanzi a Dio affidandosi con fede alla salvezza che lui offre in Cristo (3,21 - 4,25). Questa grazia dona pace con Dio e speranza certa di redenzione (5,1-11), perché libera da tutto ciò che separa l’uomo da Dio (5,12 - 7,25) e realizza la filiazione divina grazie al dono dello Spirito (c. 8). Segue la riflessione sul mistero dell’elezione e dell’incredulità d’Israele la cui salvezza rimane comunque negli imperscrutabili disegni di Dio (cc. 9-11).
La parte morale (12,1 - 15,13) contiene norme per la vita cristiana: unità e comunione, ossequio alle autorità civili, carità nel dirimere contrasti fra cristiani sull’esempio di Cristo che non cercò di piacere a se stesso, ma si sacrificò per amore degli uomini.
Nessuno scritto, al di fuori dei vangeli, ebbe tanta influenza nella storia della chiesa, dal Concilio di Nicea al Vaticano II, quanto questo grandioso scritto di Paolo.
