LETTERA AI COLOSSESI
Probabilmente san Paolo non è mai stato di persona a Colosse, una cittadina non molto distante da Efeso. Il vangelo vi era stato portato da Epafra (Col 1,7; 4,12-13), un collaboratore di Paolo e forse abitante di quella città.
A Colosse falsi maestri andavano diffondendo dottrine singolari e misteriose. Dai pochi accenni che ne fa la lettera sembra trattarsi dei soliti «giudaizzanti» che propagavano teorie riguardanti potenze celesti, esseri angelici e non meglio definiti elementi del cosmo, inducendo i fedeli a non meglio precisati culti di angeli e a pratiche di tipo giudaico.
L’Apostolo nella sua lettera non discute tali speculazioni. Per il cristiano non hanno senso; ora al vertice di tutto sta Cristo: la sua supremazia sull’universo e sulla storia non conosce concorrenti. Egli è l’unico mediatore di salvezza per l’uomo, che non ha bisogno di altre potenze per raggiungerla, ed è il capo della chiesa che coordina e guida come suo corpo.
La lettera non sembra di pugno di Paolo, ma appartiene alla cerchia dei suoi discepoli; si può facilmente ipotizzare la presenza di un discepolo che ne sia stato il redattore.
Il contenuto e la struttura si dispongono i due parti. A un esordio (1,1-14), segue una parte dottrinale (1,15 - 2,23), in cui si enuncia il primato universale di Cristo e si mette in guardia dai falsi maestri. Viene poi una parte esortativa e morale con l’invito a vivere la vita nuova di Cristo, a rivestire l’uomo nuovo, con l’aggiunta di raccomandazioni di vita domestica e altre di carattere generale (3,1 - 4,6); seguono come conclusione notizie personali e alcune raccomandazioni (4,7-18).
