RUT
Il titolo è in rapporto con la donna moabita, antenata di Davide, protagonista del libro.
Questo commovente idillio, capolavoro della letteratura biblica, riflette l’atmosfera semplice e candida dell’èra patriarcale. Il racconto è condotto con maestria, senza urti, secondo un’armonia perfetta: quattro quadri (1,6-18; 2,1-17; 3,1-15; 4,1-12), preceduti da un’introduzione (1,1-5), seguiti da una conclusione (4,13-17), con tre brani intermedi che servono di transizione (1,19-22; 2,18-23; 3,16-18). Numerosi dialoghi animano la narrazione.
Alcuni indizi sono favorevoli a una data di composizione anteriore all’esilio: usi giuridici, precisazioni geografiche e cronologiche, stile classico. Altri indizi invece suggeriscono una data più recente, il secolo V a.C., cioè l’epoca che seguì le riforme di Esdra e Neemia. Gli argomenti in favore di questa data postesilica sono: gli aramaismi e i neologismi, la concezione universalistica della religione, il senso della retribuzione e della sofferenza, il simbolismo dei nomi.
L’insegnamento del libro è ricco e prezioso. Vengono messe in rilievo le virtù più elevate della famiglia israelitica: la devozione verso i genitori, la pietà verso i parenti, l’amore e la dolcezza nei rapporti familiari. La Provvidenza divina permette i fatti dolorosi della vita per il bene degli uomini: la straniera Rut diventa progenitrice di Davide e dello stesso Messia. Il Dio d’Israele accetta l’omaggio degli stranieri; i matrimoni tra Ebrei e stranieri sono legittimi e benedetti da Dio. Nell’afflato universalistico che permea il libro di Rut in un’epoca di esagerato nazionalismo, com’era spesso il caso nel periodo postesilico, si percepisce qualcosa del messaggio evangelico.
