LETTERA AGLI EFESINI
Le lettere agli Efesini, ai Filippesi, ai Colossesi e a Filemone vengono dette lettere della prigionia perché in esse Paolo parla delle catene che deve portare e si dichiara «prigioniero di Cristo» (cfr. Ef 3,1; 4,1; Fil 1,19). L’opinione comune le ascrive al periodo della prima prigionia romana (anni 61-63). Nei manoscritti più antichi e autorevoli all’inizio manca l’indicazione «Efeso», per cui si pensa che potrebbe trattarsi di una lettera circolare, destinata a più comunità dell’Asia Minore (Efeso, Laodicea, Colosse).
Non appare un’occasione precisa che abbia indotto Paolo a stilare questa lettera che espone il grande tema della sovranità universale di Cristo. Certo è che essa contiene la più vasta sintesi e il vertice del suo pensiero.
La lettera si divide in due parti. La prima contempla con stile pacato e solenne il grande disegno divino della salvezza, la rivelazione del mistero di Dio per cui tutti, Ebrei e pagani, sono salvati in Cristo mediante l’inserimento nel suo corpo che è la chiesa, in modo da formare ormai un solo uomo nuovo in lui. Di tale mistero Paolo è l’apostolo e il banditore (1,3 - 3,21). La seconda parte esorta a una pratica di vita che sia degna della nuova vocazione in Cristo Gesù (4,1 - 6,20). Conclude un epilogo con brevi auguri e l’annuncio che Tichico, «fratello diletto e servo fedele nel Signore», porterà maggiori notizie (6,21-24).
Vi sono dubbi sull’autenticità paolina di questa lettera. Ma la costante tradizione della chiesa l’attribuisce a Paolo: è probabile che abbia affidato la redazione della lettera a un discepolo, il quale vi ha impresso anche il suo carisma.
