Pastorale Parola e vita

Paolo, il persecutore

Paolo, il persecutore

Testo di don (Dr) Augustine Kanachikuzhy SSP

Un “messia” maledetto

Il semplice fatto che le persone credano in Gesù come Messia non è, di per sé, una ragione sufficiente perché Paolo perseguiti i cristiani; dopotutto, esistevano movimenti messianici già prima dell’epoca di Gesù e i loro seguaci non subivano persecuzioni. La violenta reazione di Saulo di Tarso scaturisce dalla convinzione e dalla proclamazione dei cristiani che Gesù di Nazaret è il Messia, nonostante la sua crocifissione e, di conseguenza, la maledizione a cui era stato esposto. Secondo Dt 21,23, infatti, “l’appeso è una maledizione di Dio”. Era la stessa parola di Dio rivelata che attestava che Gesù era maledetto, essendo morto in modo ignominioso sul legno della croce. Per qualunque ebreo istruito, l’idea di accettare come Messia un uomo maledetto da Dio era semplicemente inconcepibile. Agli occhi di Paolo, dunque, proclamare Gesù, il “maledetto”, come Messia rappresentava una vera e propria bestemmia contro Dio stesso.

Al cuore del problema

La storia della Chiesa primitiva – così come viene narrata negli Atti degli Apostoli – mostra che un’ostilità davvero violenta non si manifesta finché non inizia la predicazione di Stefano. Stefano viene accusato di affermare che “Gesù il Nazareno distruggerà questo luogo e cambierà le tradizioni che Mosè ci ha tramandato” (At 6,14). Paolo, in quanto custode della Legge, non può tollerare simili innovatori o anticonformisti. La frattura tra gli ebrei che riconoscono Gesù come Messia e coloro che lo rifiutano diventa per lui insostenibile. Il noto esegeta Kilgallen osserva che la morte di Stefano scatena una persecuzione contro chiunque condivide il suo pensiero (At 6,1). Tale persecuzione viene istigata dal Sinedrio e, nella narrazione di Luca, scaturisce direttamente dal martirio di Stefano. È proprio in questo clima di violenza che la figura di Saulo entra in scena come uno dei più zelanti persecutori per conto del Sinedrio. Saulo non è un sadduceo, ma un fariseo della corrente più zelante. Perché, dunque, lasciarsi coinvolgere? Non perché si oppone alla risurrezione dai morti — punto su cui i sadducei dissentivano — ma perché avversa la figura di Gesù. Gesù e i suoi discepoli insegnano una visione della fede che, in diversi punti, contraddice la tradizione mosaica a cui i farisei erano totalmente dediti. Probabilmente Saulo è indignato dall’annuncio che Gesù sia stato glorificato da Dio: del resto, i cristiani non avrebbero mai continuato a promuovere pubblicamente lo stile di vita di Gesù se non fossero stati certi della sua risurrezione e della sua esaltazione alla destra del Padre. Saulo è convinto che la radice del problema sia la figura stessa di Gesù. Occorre colpire sia lui che i suoi seguaci.

Lo zelo per la Legge

Un’altra ragione fondamentale del furore di Saulo è il suo immenso zelo per la Legge di Mosè. Nella Lettera ai Filippesi (Fil 3,4-6), egli elenca le proprie credenziali: “Se qualcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio di ebrei; quanto alla Legge, fariseo; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge, irreprensibile” (Gal 1,13-14). Proprio lo zelo per la Legge e la condotta irreprensibile lo spingono a schierarsi contro Cristo e i “discepoli della Via”. In totale buona fede, Saulo intraprende quella che crede sinceramente essere la volontà di Dio: perseguitare e tentare di distruggere un pericoloso movimento eretico. Per questo devasta la comunità di Gerusalemme, entrando nelle case per trascinare in prigione uomini e donne (At 8,3). Solo l’intervento diretto del Risorto può arrestare questo processo e portare il persecutore dalla propria parte. Solo dopo la rivelazione sulla via di Damasco Saulo sceglie di seguire Gesù e non torna più sui suoi passi.

Compartir:

Torna in alto